Sondaggio: casa in un borgo

Dilemma:

Prendereste casa in un bel borgo a 20 minuti dalla città, con scuole da asilo a medie, con tutti i servizi essenziali ed alimentari?

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Reflusso

Perché (quasi) tutti i piaceri della vita sono gastrolesivi?

Le app fatte bene

Ma soprattutto: quelle no.

Quando vai a guardare il sottobosco delle app fatte per comuni, scuola, regione, qui nella ricca e un po’ lanzichenecca provincia lombarda, la probabilità di imbattersi in schifezze poco funzionali e anche poco funzionanti, non è inferiore ad altre parti d’Italia, a dispetto del millantato tepore emanato della locomotiva informatica del Paese (o almeno è questa la narrazione classica degli ultimi decenni).

Dopo l’accozzaglia di strumenti a guarnizione del fascicolo sanitario elettronico, oggi m’imbatto in un bug (piuttosto banale per quanto bloccante) di ComunicApp, per il pagamento della refezione scolastica.

Dopo un certo periodo scade la password e ti propone la classica form di cambio password…
Peccato che sul terzo campo – quello di “Conferma password” – non ci arriverai mai, dato che non c’è modo di scrollare o ridimensionare, e viene coperto dalla tastiera di sistema.
Anche usare un tool di password come LastPass è vano.

comunicapp_cambia_password
Comunicapp

L’unico modo di cambiare sta password è passare dal sito web istituzionale (della serie: “se fai una cosa falla bene, o non farla”)

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Una storia

Tutti noi abbiamo una storia da raccontare, o almeno, da ascoltare.

È la peculiarità che ci distingue dagli altri animali, al di là della biologia o della capacità di fare cose e migliorare la tecnica.

La religione è una collezione più o meno strutturata di storie, che risponde agli interrogativi umani sulla nascita, sulla morte e sulla sofferenza, in pratica il mistero della vita stessa, con l’aggiunta di qualche regola pratica utile alla sopravvivenza (evitare poco igienici alcool e carne di maiale in climi caldi, evitare la poligamia e accoppiamento tra parenti che impoveriscono il patrimonio genetico).

Inside Out e Soul (appena visto) le considero, oltre che un po’ troppo tristi, come delle metastorie, in quanto vogliono raccontare la storia della vita stessa e delle emozioni, dall’interno.

Insomma abbiamo bisogno di storie, è nella nostra natura.

Davanti a un focolare, seduti a tavola o in spiaggia o in un bosco, la narrazione – come dicono quelli che si atteggiano – di ciò che succede o di ciò immaginiamo, è la componente che dà maggior senso alle nostre domande, al di là della gestione della quotidianità e dei bisogni primari, di quel malsano meccanismo del “lavoro” che ormai va oltre la sua funzione di scambio di saperi e mestieri diventando moderna accettata schiavitù.

Il senso di questa non storia è che quando mi fermo a pensare al senso di vivere, avere una famiglia, degli amici, un lavoro, è che poi tutto diventa una storia. Altrimenti per una mera esistenza ad eseguire dei task bastano animali e robot.

Una storia

Tutti noi abbiamo una storia da raccontare, o almeno, da ascoltare.

È la peculiarità che ci distingue dagli altri animali, al di là della biologia o della capacità di fare cose e migliorare la tecnica.

La religione è una collezione più o meno strutturata di storie, che risponde agli interrogativi umani sulla nascita, sulla morte e sulla sofferenza, in pratica il mistero della vita stessa, con l’aggiunta di qualche regola pratica utile alla sopravvivenza (evitare poco igienici alcool e carne di maiale in climi caldi, evitare la poligamia e accoppiamento tra parenti che impoveriscono il patrimonio genetico).

Inside Out e Soul (appena visto) le considero, oltre che un po’ troppo tristi, come delle metastorie, in quanto vogliono raccontare la storia della vita stessa e delle emozioni, dall’interno.

Insomma abbiamo bisogno di storie, è nella nostra natura.

Davanti a un focolare, seduti a tavola o in spiaggia o in un bosco, la narrazione – come dicono quelli che si atteggiano – di ciò che succede o di ciò immaginiamo, è la componente che dà maggior senso alle nostre domande, al di là della gestione della quotidianità e dei bisogni primari, di quel malsano meccanismo del “lavoro” che ormai va oltre la sua funzione di scambio di saperi e mestieri diventando moderna accettata schiavitù.

Il senso di questa non storia è che quando mi fermo a pensare al senso di vivere, avere una famiglia, degli amici, un lavoro, è che poi tutto diventa una storia. Altrimenti per una mera esistenza ad eseguire dei task bastano animali e robot.

il fascicolo sanitario elettronico della lombardia

come scrivevo qui, la frammentazione delle app per ogni minima funzionalità era assurda e inutilizzabile nel concreto

hanno dunque visto bene di creare un’app che incorporasse più funzionalità (non proprio tutte tutte eh, alcune app di salutile rimangono, non si sa perché)

 

già il fatto che molte caratteristiche non siano altro che dei rimandi al sito web del fascicolo sanitario elettronico, la vera perplessità è che gran parte delle funzioni sono di consultazione e non dispositive

 

per esempio si possono consultare i referti ma non chiedere al proprio medico un appuntamento (ciò probabilmente dipenderà anche dal medico)

 

la gestione dei servizi collegati ai figli è quanto di più arcano e arzigogolato, di fatto sembra quasi un mero elenco di rimandi, non c’è la gestione del pediatra e nemmeno una utile funzionalità quale potrebbe essere il risultato dei tamponi covid

 

 

l’impressione è che sia ancora decisamente un cantiere aperto in cui la burocrazia regna sovrana perfino in forma digitale, e la semplificazione delle procedure è ancora qualcosa che passa in gran parte al di fuori di queste tecnologie, purtroppo

 

 

Salutile

Se la seconda parte del nome ha come intento quello di indicare “utilità”, allora direi che sono lontani dall’obiettivo.

Se nel 2020 – ed è già tardi – esci con una pletora di app focalizzate su un singolo scopo ciascuna, e con così tanti limiti funzionali e tecnici, l’utilità cede il passo al fastidio.

Primo punto: app diverse per una singola funzionalità

Secondo: non mantiene la sessione autenticata nemmeno dopo un banale passaggio tra un’app e l’altra

Terzo: non ha un minimo di profilazione condivisa tra le varie app di Salutile

E’ uno strazio doversi autenticare a ogni pie’ sospinto, prima con SPID e appena dopo con il codice di sicurezza.

Remoto remoto

Non trovo più plausibile che dal prossimo futuro “fare qualcosa da remoto” – sia esso lavorare o un corso di studi o una qualsiasi occasione di fare cose insieme – venga visto come inaccettabile o un piano B, in alcuni casi perfino una “gentil concessione”.

Questi mesi di covid19 hanno dimostrato che non ci siano limitazioni di natura tecnica, che il 99% dei lavori d’ufficio, la didattica e perfino gli aperitivi, a distanza non solo sono possibili ma in molti casi siano di gran lunga superiori dal punto di vista logistico e pratico.

Certo che gli spargifumo e gli affetti da micromanagement non vedranno l’ora di tornare in un ufficio, dato che lavorare in modalità distribuita li espone troppo alle loro stesse debolezze organizzative e produttive.

Bisogna quindi spingere nella nostra pratica quotidiana per cambiare l’ordine delle cose, far diventare normale questa modalità di lavoro e di fruizione di svariate attività, non per avere una società di immobili, ma per ridistribuire la vita in orari e luoghi meno concentrati.

La normalità di un mondo distribuito infatti non coincide con il lockdown di questi mesi, ma deve andare a stabilizzarsi per convivere in una piena fruizione degli spazi pubblici e della socialità personale, che potrà rinascere finalmente nel territorio dove si abita, smantellando così progressivamente il concetto di zone dormitorio.

Questione di meeting

Incontri remoti

  • daily meeting con cliente
  • 3 videolezioni su 3 figlie per 4/5 giorni alla settimana
  • videomeeting lavorativi di varia natura, su zoom, webex, google meet, gotomeeting, jitsi, teams, skype business, etc.
  • webinar
  • occasionali “aperitivi remoti”

 

Didattica a distanza: aggiungiamo (entropici) livelli di complessità

  • non è stato designato uno strumento unico nazionale per la didattica a distanza, mi sembra di capire che ogni direzione didattica abbia fatto una scelta propria
  • la direzione didattica locale ha adottato “ClasseViva” di Spaggiari, software migliorabile, se non altro è dotato di parecchie opzioni di utilizzo e “oggetti” logici (troppi, forse) come chat, aule virtuali, agenda, bacheca, etc.
  • ogni insegnante, o gruppo di ~, usa uno strumento diverso per comunicare con gli studenti compiti e videolezioni, affiancando troppo spesso anche il temibile WhatsApp per mandare i link a stanze zoom(…), magari cinque minuti prima dell’orario di inizio
  • chi controlla le indicazioni relative a compiti del giorno? Ovviamente i genitori, che se hanno più figli, finiscono per impazzire.

la verità in tasca

Nasci
Cresci
Corri

Muori

parafrasando uno spot di prodotti per bambini

la vita è fatta di varie fasi

quando scollini ipoteticamente, ti senti un po’ “la verità in tasca”, tutte le risposte (sempre 42 ovviamente) sono lì nel tuo campionario, sei pronto a giudicare immaturo o inappropriato ogni gesto/azione di individui più giovani di te

quanto è vero tutto ciò?
ti ci ritrovi, ora che hai passato i quaranta?
e soprattutto, quanto è legittimo questo comportamento e quanto non lo è?

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