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Dissenso Vietato

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Da questo post visto su LinkedIn riemerge prepotente
la visione di questa società votata al consenso
in cui critiche e dissenso sono viste come “seccature”

Sui social network non esiste il “dislike“, esistono varie gradazioni di consenso, al massimo esiste il dubbio.

Sul gigante dei social network poi ci sono delle reazioni che coinvolgono le emozioni negative, ma non esprimono mai in modo diretto un dissenso nei confronti del contenuto pubblicato.

Insomma, in questa visione della società, si può solo essere d’accordo, più o meno.

Chi si pone in atteggiamento critico è un “rompiballe“,
è uno che non lascia lavorare i “positivi”, perché chi “lavora”
è positivo e non ammette dissenso e critiche, non ha “tempo da perdere

La realtà poi ci mostra che questa tendenza porta a:

  1. assuefazione alla mancanza di una visione critica;
  2. conseguente creazione di menti attitudinalmente incapaci di vedere i problemi in anticipo;
  3. assenza di risultati concreti e positivi: infatti la mancanza di una visione critica  porta (vedi punto 2) a dei disastri inevitabili, non solo per l’entropia generale delle “cose del mondo“, ma soprattutto per la cronica mancanza di organizzazione  (mancanza che viene comodamente mascherata dai famigerati problemi di comunicazione e tana-libera-tutti).

Scagliarsi contro i social media non serve, bensì da essi si ha il punto di vista privilegiato sulla società che involve:

  • aziende che esaltano qualunque minimo passo come se fosse la scoperta del Bosone di Higgs, e poi nascondono nell’oblìo più totale e imbarazzato piccole sconfitte ed emorragie del personale;
  • politici de noantri che hanno sorpassato la dialettica degli sterili litigi con un “lasciateci lavorare” salvo poi lasciare tutto come è
    • un ponte crollato a Genova l’estate scorsa non solo non è stato ricostruito, ma i suoi monconi sono ancora lì;
    • l’evasione fiscale è ancora lì, viva e vegeta, grassa come parecchie manovre finanziarie;
    • mirabolanti evoluzioni del panorama fiscale sono solo escamotage;
  • il “capo del mondo“, ovvero il presidente della nazione che vuole essere la guida per tutte le altre, è un signore che prende in giro via Twitter altri politici e capi di stato, usando la stessa moderazione che potrebbe avere una mia figlia alla scuole elementari (temo anche meno)

Popolo di pecoroni (lo fanno tutti, lo faccio anch'io)

stamattina sentivo alla radio che l’italia sarebbe il terzo paese – dopo emirati arabi e messico – consumatore di acque minerali confezionate
anche se non fosse precisamente vero come dato, rimane il fatto che in troppi, veramente troppi, comprano l’acqua imbottigliata al posto di bere quella del rubinetto
lo speaker radiofonico ha precisato – conoscendo il popolino italico – con l’avverbio “mediamente” la bontà delle acque del rubinetto italiane, conscio del fatto che gli sarebbero arrivati i classici “da me fa schifo“, “da me c’è la salmonella“, “da noi sa di calcare“, ecc…
ovvero, tutte le particolarità assurte come scusa per invalidare il generale
e per convalidare la giustificazione che ci fa essere sempre pecoroni in un branco che va senza sapere dove andare

stessa cosa per gli spostamenti quotidiani, casa-lavoro
il branco va in automobile perché è più comoda, salvo il fatto che alla fine dei conti costa di più e magari devi smadonnare per trovare parcheggio, però c’è questa sensazione di maggior libertà, solo presunta
ma guai a rinunciare alla giustificazione del branco

naturalmente, guardando a me, ho fatto diversi anni della mia vita sia a comprare l’acqua in bottiglia (saporaccio dell’acqua di retegno) sia a recarmi al lavoro in automobile
cose che ho risolto con la caraffa brita nel primo caso, e con il pur pessimo servizio regionale offerto da trenord nel secondo

ci sono i casi particolari in cui non puoi fare altrimenti, ma poi c’è una realtà fatta di grandi numeri e di ragionamenti collettivi che fanno bene anche al proprio portafoglio personale

ma questi ultimi non sono ragionamenti da branco

Le radici della 'ndrangheta – di Mario Andrigo, Lele Rozza

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Le radici della ‘ndrangheta

Di Mario Andrigo, Lele Rozza


L’amico Lele e il suo amico Mario Andrigo hanno scritto davvero un buon libro sulla ‘ndrangheta.

Un’opera molto fluida e fruibile, la cui lettura scorre rapida – grazie a un’impostazione a brevi capitoli e poche note ma precise – e ci illustra fatti, aneddoti, cronache giudiziarie, racconti legati assieme da una spiegazione sociale e culturale del fenomeno criminale nato in Calabria e ramificatosi nel mondo.

E’ una narrazione della ‘ndrangheta così come andrebbe letta nelle scuole, secondo me, perché evidenzia che senza un vero e profondo cambiamento culturale – non solo dei calabresi, ma di chiunque ceda alla scorciatoia della via illegale per la risoluzione di una difficoltà – nella società, magistratura e forze dell’ordine non riusciranno mai a estirpare fino in fondo tale “onorata società”.

uno in meno

capita di sentire ancora persone che commentano “uno in meno” le notizie di immigrati morti in incidenti o simili

allora per respirare un’aria diversa mi leggo anche questo

More about Gli africani salveranno l'Italia

occupazione – –

le più grandi realtà occupazionali di questa zona stanno scomparendo
come la politica, le istituzioni, la società, stanno reagendo a questo mutamento?
la mia percezione è che prevalgano, rispettivamente alle tre figure, incapacità, indifferenza, rassegnazione

due etti di laico, per favore

Mi piacerebbe tanto sapere perchè ci voglia ancora un partito che si riconosca in simboli religiosi o se ne faccia portavoce…
… In un momento in cui la realtà sociale italiana si guarda dentro e vede diritti non riconosciuti per persone e situazioni osteggiate da posizioni clericali, in un momento in cui c’è fame di laicità nelle leggi che tutelino e garantiscano a conviventi omosessuali e eterossessuali, malati terminali, migranti e persone di diverse etnie e religioni, i diritti e i doveri per poter vivere in Italia al meglio delle possibilità e senza discriminazioni.

Nasciamo in condizioni di intolleranze e pregiudizi di ogni tipo, e crescendo poi dobbiamo scrollarcele via; il neonato potenzialmente è in grado di nuotare, è stato nel liquido amniotico per mesi, e probabilmente la paura e la mancanza di acquaticità deriva dai condizionamenti dei genitori e del suo mondo intorno; tendo a pensare che allo stesso modo le paure del diverso siano allo stesso modo frutto dell’ambiente in cui cresce, visto che difficilmente un bambino discriminerà o avrà paura di una persona solo per il colore della pelle o perchè cammina mano nella mano con un’altra persona del medesimo sesso. Le domande non fanno paura. Le risposte alle domande scavano, solchi.

In tutto questo mi sembra di leggere, nelle parole di un candidato alla segreteria di un debole e spesse volte imbarazzante Partito Democratico, la voglia di far emergere la realtà. Probabilmente è un’opportunità che cadrà nel vuoto contro le candidature portate istituzionalmente a giocarsi la vittoria (Franceschini e Bersani), e molto probabilmente il ricambio è ancora una chimera, ma non provarci è un delitto contro ciò in cui si crede. Perfino in questo partito-debole-democratico.